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Opinioni e
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Questo
libro “Gli ultimi sette mesi di Anna Frank” è stato pubblicato d
Willy Lindwer, prefazione di Elio Toaf.
Cosa avvenne ad Anna Frank dopo
l’arresto? Questo libro racconta per la prima volta la drammatica fine
di Anna attraverso le commoventi testimonianze di sette donne ebree, sue
compagne di prigionia nei lager nazisti. Ognuna di esse racconta la sua
storia: la vita nei Paesi Bassi prima dell’invasione tedesca, la loro
infanzia, l’arresto, la deportazione, la sopravvivenza nei campi di
concentramento di Westerbrok, Auscwitz-Birkenau e Bergen-Belsen. Sette
vicende diverse, che hanno in comune la tragica esperienza della vita nei
lager e l’incontro con un personaggio, che nel tempo è diventato il
simbolo stesso dell’Olocausto. Nei racconti delle superstiti si può
capire come i fatti narrati siano stati vissuti non soltanto da chi li
racconta, ma condivisi da tutti i compagni di prigionia. Primo Levi,
testimone oculare della vita che si conduceva lì, si rese conto di come
nei prigionieri, fosse sorta l’idea che se si fossero salvati e avessero
raccontato la loro agghiacciante esperienza, nessuno li avrebbe creduti.
Basta riflettere sull’impegno che i tedeschi misero nel realizzare il
loro progetto per capire come anch’essi si resero conto dell’enormità
di ciò che avevano commesso e si rifugiassero nella speranza che gli
eventuali testimoni non sarebbero stati creduti proprio per
l’incredibilità della “cosa”. Quasi tutti i sopravvissuti,
ricordano un sogno ricorrente quasi ogni notte di prigionia, vario, ma
unico “Sognavano di essere tornati miracolosamente a casa, di raccontare
con passione e sollievo le loro sofferenze passate rivolgendosi ad una
persona cara e di non essere creduti, anzi neppure ascoltati”. Tra
questi strazianti racconti emerge il meraviglioso ritratto di una ragazza
coraggiosa, educata, la cui storia privata, scritta per rimanere lo sfogo
segreto di un’anima tormentata, si è trasformata in un’orribile
accusa contro il fenomeno più agghiacciante dell’intera umanità. Anna
ha avuto un vero coraggio da leone, fin quando il tifo, consumando a poco
a poco il corpo della sorella, l’ha divorata e la morte si è
impadronita anche della sua anima, lasciando solo cenere. Anna ormai,
straziata dal dolore per la morte di Margot, si è arresa alla vita e ha
lasciato che la malattia e la morte se la portassero con se, per condurla
in un altro mondo, dove non contava nulla, poiché lì regna eterna
felicità. Forse anch’io mi sarei arresa, ma non senza aver prima
lottato con tutte le mie forze. Almeno la morte le ha risparmiato
ulteriori sofferenze. Tuttavia è evidente che la testimonianza di queste
donne non sia esauriente, perché è parziale e incompleta ed esse
conoscevano solo ciò che accadeva là dove le hanno portate, nulla di più.
Non ci sono parole per esprimere la mia ammirazione per l’enorme forza
d’animo dimostrata da queste donne. Nei loro racconti non hanno
evidenziato troppo i loro sentimenti, ma sono riuscite a raccontare il
tutto, anche le cose più assurde, con una grande naturalezza tanto che,
il lettore ha l’impressione che si tratti di eventi naturali, come ad
esempio queste parole pronunciate da Lenie Jong-van Naarden “ Sono
contenta che i miei genitori e la famiglia che avevo siano andati subito
nelle camere a gas. Era la cosa migliore. Gli è stata risparmiata una
grande tortura. Non sapevamo affatto ciò che sarebbe successo. E’
successo immediatamente e quindi si erano liberati di un peso”. A mio
parere, nessuno che ha vissuto in un campo, possa immedesimarsi nei
prigionieri e di come fosse la realtà in un campo di concentramento.
Tutti devono sapere quello che Anna e queste donne hanno sofferto, dove
sono i limiti di ciò che un uomo può sopportare, come ad esempio che
tutte le prigioniere “dovevano andare insieme al cesso, una latrina
immensa, puzzolente e sozza. Dovevi stare attenta a dove mettere i piedi e
farla prima dello scadere del tempo” e “tutte le persone subivano
delle minacce nei modi più crudeli, per rendere la lotta per la
sopravvivenza ancora più difficile e per creare una tensione sempre più
maggiore. Una punizione comune consisteva nell’inginocchiarsi davanti al
blocco con una pietra nelle mani. Non potevi parlare con quelli che lo
facevano, altrimenti loro venivano picchiati”. E’ terribile vedere
sempre la paura negli occhi, averla sempre vicina, vedere come muoiono gli
altri intorno a te, diventare insensibili ad ogni sentimento perché col
tempo ti fai l’abitudine, ormai conta solo la propria sopravvivenza e
soprattutto anche i piccoli dettagli umani assumono grande importanza. Nei
campi di concentramento “non era assolutamente semplice sopravvivere,
era molto più facile morire. Potevi escogitare molto facilmente qualcosa
per morire”. Rachel Van Amerongen affermò appunto che “ la distanza
dal cibo, dalla situazione siano state in parte causa della sua
sopravvivenza. Perché esistere era così difficile e la morte così
difficile da descrivere, perché quando vedevi passare quegli scheletri,
si, era uno spettacolo così atroce, ma non potevi lasciarti coinvolgere,
avere pietà di quelle persone è avere pietà di te stesso, e non volevo
proprio”. La morte, purtroppo era in agguato dietro ogni angolo, ma
mentre a Birkenau interi gruppi sparivano improvvisamente senza lasciare
spazio per il dolore, se ti segnavano eri finito, ma a Bergen – Belsen
la morte era molto più vistosa perché non ti congedavi, morivi
lentamente di malattia, di sfinimento, di freddo, di fame. Diventavi
furioso, egoista e si litigava per un morso di pane che al giorno d’oggi
non è nulla, ma che lì rappresentava il paradiso. Tuttavia ciò che ha
salvato loro, è stat la solidarietà, la ribellione con tutte le proprie
forze alla morte, la propria forza interiore e la voglia di vivere e di
non arrendersi mai. I nazisti hanno cercato di mettere tutti i popoli
l’uno contro l’altro, e di strappare loro la cosa migliore che
l’uomo possieda: la sua dignità. Il loro scopo era quello di degradarti
come essere umano, di cancellarti, di tormentarti fino in fondo, di
toglierti la stima di te stesso fino a ridurti come uno straccio senza
volontà. L’unica cosa che potevi fare era proteggere ciò che ti è
caro, per non contare le offese che bisognava subire. A questo punto mi
sorge spontanea una domanda: perché Dio ha permesso tutto questo? Quando
seppi per la prima volta degli stermini della seconda guerra mondiale e
del loro putrido progetto non ho voluto crederci, ma poi, questo mi è
tornato spesso in mente. Non è possibile rispondere a questa domanda, ma
penso che lì, era molto difficile credere all’esistenza di un Dio. Il
razzismo è sempre esistito ed esiste tuttora, perché discriminazioni del
genere non ci sono state solo nei confronti degli ebrei ma anche nei
confronti dei neri, e con l’emarginazione degli anziani e degli
handicappati. Si tratta solo di pura ignoranza, perché agli occhi di Dio
siamo uguali, neri, bianchi, gialli, ebrei, zingari, non importa quale sia
il colore della pelle o la religione, siamo tutti esseri umani con gli
stessi diritti, ma soprattutto nessuno è superiore o inferiore ad altri.
Perché se Dio, essere perfetto e nettamente al di sopra di noi, non ci
giudica e ci ama indipendentemente da quello che siamo, mentre noi essere
inferiori e “spazzatura” in rapporto a Lui, ci permettiamo di
giudicare gli altri e di decidere sulla vita e la morte, cosa che ci è
stata donata da Lui? Posso solo augurarmi, che un giorno ci sia rispetto e
amore verso il prossimo, perché l’amore è la chiave fondamentale di
ogni cosa, e se c’è amore c’è tutto.
Carla
Esposito |
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D’amore
e ombra
AUTORE:
Isabel Allende, nasce a Lima nel 1942 ed è vissuta in Cile fina al 1973
lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in
Venezuela e successivamente negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo
“La casa degli Spiriti” si è subito affermata come una delle voci più
importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Dopo “La
casa degli Spiriti” e i successivi romanzi “D’amore e ombra”
(1985) e “ Eva Luna”, ha pubblicato “Eva Luna racconta”, “Il
piano infinito”, “Paula”, “Lettere dal Mondo”, “Afrodita”,
“La figlia della fortuna” e “Ritratto in seppia”.
Nel
1973 finisce il sogno del Cile democratico, coltivato e portato alla
realizzazione da colui che nel 1937 aveva fondato il Partito Socialista
Cileno, da colui che aveva osato sfidare gli Stati Uniti, o meglio le
grandi multinazionali che vedevano nel Cile un’enorme miniera a basso
costo, e che aveva cercato di diffondere la giustizia sociale e la riforma
agraria. L’ascesa al potere delle forze armate guidate dal generale
Augusto Pinochet, ora da tutti ritenuto colpevole di genocidio, stragi di
innocenti e tutti i possibili crimini politici e comuni, sprofondò questa
terra ricca di scrittori, poeti e uomini colti, nella dominazione di una
dittatura feroce e crudele, durata fino agli inizi degli anni ’90 del
secolo passato. Ed è proprio in questo periodo della storia che si
colloca la vicenda di Isabel Allende. Essa si sviluppa nell’anno 1973 ed
ha luogo nella società cilena degli anni scuri della dittatura militare.
Si tratta di una storia d’amore e di passione che costituisce la base ed
il filo narrativo dell’avvincente romanzo. I due protagonisti principali
sono Irene Beltran e Francisco Leal. Irene è una ragazza generosa, dal
carattere aperto, che lavora in un giornale e più precisamente una
rivista femminile impegnata anche nel sociale, in effetti intervista
prostitute, poveri e contadini. Lei vive con sua madre Beatriz, egoista e
insensibile e con Rosa, la governante a cui è legata per il segreto del
Nontiscordardime. A differenza della madre, Irene adora suo padre Eusebio,
che le ha abbandonate già da anni. Lei si rifiuta di crederlo morto e non
accetta i difetti che Beatriz gli attribuiva con disprezzo (“Le era
stato accanto nei momenti memorabili del suo destino di donna, le aveva
comprato il primo reggiseno, le calze di nylon, le scarpe col tacco e le
aveva raccontato come nascono i bambini ….”). Irene vive in un mondo
complesso, come rinchiusa in una “sfera” protettiva, circondata da una
madre ottusa e interessata solo al benessere e al denaro, e dal fidanzato,
Gustavo Morante un capitano dell’esercito, che lo ama in modo fisico e
ingenuo, con il quale sua madre vuole destinarla al matrimonio. Francisco,
invece, è uno psicologo in cerca di lavoro e oppositore del regime. E’
figlio di uno spagnolo, un professore di letteratura, repubblicano ai
tempi della guerra civile, fuggito con la famiglia in America per evitare
le persecuzioni del regime franchista e finito poi in quelle del regime di
Pinochet che lo privò del lavoro. Francisco incontra per la prima volta
Irene nella sua redazione giornalistica; ella gli chiede di collaborare e
lui accetta divenendo così il suo fotografo e accompagnatore. Man mano
tra loro nasce una grande amicizia e con il passare del tempo, Francisco
“costruisce” una passione segreta per Irene giungendo così ad amarla
immensamente. L’autrice oltre a descrivere il profondo amore tra i due
giovani, ci presenta anche il racconto di una storia inquietante che
collega il dramma pubblico della dittatura a quello privato di una
famiglia. Una donna, Digna Ranquileo, quando partorì la bimba che portava
in grembo si accorse che i medici le avevano scambiato la neonata. Di
questo si accorse anche l’altra madre, ma ogni tentativo di ribellione
risulta inutile; quindi le due madri, se pur tristemente, accettano la
situazione e decidono di chiamare entrambe le bimbe Evangelina. Ma la
figlia di Digna è colpita da strane e sconcertanti crisi che si
verificano ogni giorno, puntualmente a mezzogiorno. Intanto nel villaggio
si diffonde la notizia che la ragazza compie miracolose guarigioni. Dopo
molti e vari tentativi di sconfiggere il male, il fratello da sempre
innamorato di lei, chiede aiuto all’esercito. Francisco e Irene,
impegnati nelle indagini di questo strano fenomeno, sono testimoni
involontari dell’intervento dei soldati, durante il quale l’ufficiale
viene umiliato e ridicolizzato dalla ragazzina in trans. Dopo questo
episodio Evangelina viene rapita dalla polizia, stuprata e uccisa, mentre
il fratello essendo anche lui un soldato, viene rinchiuso in una cella per
evitare che scopra il tragico destino della sorella; ma alla fine riesce a
fuggire sui monti. La ricerca della ragazza conduce Francisco e Irene, a
scoprire in una miniera abbandonata centinaia di corpi trucidati, quindi
svelano una dura realtà che il regime militare intende celare. Sebbene
quella realtà oscena non danneggia gravemente i sentimenti di Francisco,
per Irene la scoperta incide diversamente, perché ella è costretta ad
uscire dal suo mondo protettivo che fino ad allora l’aveva cullata
(“Irene Beltran era stata una bambina viziata… protetta dai contatti
col mondo e persino dalle inquietitudini del suo stesso cuore… c’è
così tanta cattiveria e violenza, è meglio tenerla al margine da queste
cose, dovrà già soffrire in seguito…”). Nel frattempo i due giovani
si rivelano il loro amore e Irene, sempre più presa da Francisco,
comunica a Gustavo che lei è innamorata di un altro. La storia della
miniera viene denunciata attraverso l’aiuto del cardinale, ma tutto ciò
cambia e sconvolge la vita dei protagonisti, tanto che Irene rischia la
morte. Alla fine, l’amore di Francisco, l’onestà dell’ex fidanzato
e il suo stesso coraggio riescono a farla sopravvivere e insieme col suo
innamorato fugge in esilio. Il romanzo si conclude con la speranza dei due
di tornare nella loro amata terra. Il linguaggio è chiaro e semplice, ma
anche estremamente significativo, in più il genere a cui appartiene è di
tipo narrativo-descrittivo. In effetti è ricco di descrizioni
(“…l’attirò a sé cercandole le labbra, aprendole in un bacio
assoluto carico di promesse, sintesi di tutte le speranze, lungo, umido,
caldo bacio, sfida alla morte, carezza, fuoco, sospiro, lamento,
singhiozzo d’amore”) e similitudini (“Francisco…le sfiorò il
viso, morbido e caldo come un frutto d’estate”). Molto frequentemente
si incontrano il discorso indiretto libero e vari flashback. Il libro è
suddiviso in tre parti, la prima intitolata “Un’altra primavera”, la
seconda “Le ombre” e l’ultima “Dolce patria”. Poi colpisce molto
anche l’incipit con la sua presentazione dei vecchietti curati nella
casa di riposo “La volontà di Dio”, allestita dalla madre di Irene,
caratterizzato da un intrecciarsi di ricordi e storie personali ormai
vecchie. Molto travolgente anche l’intreccio amoroso percorso da
Francisco nei confronti di Irene, capace di far tremare per la suspense e
di giungere profondo come un lampo nell’animo umano (“Irene miele e
ombra, Irene carta di riso, pesca, spuma, ah Irene la spirale delle tue
orecchie, l’odore del tuo collo, le colombe delle tue mani, Irene
sentire questo amore, questa passione che ci brucia nello stesso rogo,
sognandoti da sveglio, desiderandoti addormentato, vita mia, donna mia,
Irene mia”). E’ un romanzo affascinante, fantastico, coinvolgente,
ricco di sfumature, che ti prende dalla prima all’ultima riga.
Gerardina
Matonti
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RECENSIONE ”D’Amore e ombra”
Isabel Allende autrice del romanzo usa come sfondo la
società cilena . La vicenda
prende il via verso il 1973 quando al potere salì il generale Pinochet
instaurando così la dittatura ed è proprio su questo sfondo dittatoriale
che la giornalista Irene e il fotografo Francisco vivono la loro storia
d’amore ricca di passione . I due sono impegnati in una pericolosa
indagine su Evangelina Ranquielo una ragazza quindicenne con capacità
soprannaturali che scompare improvvisamente , i due allora iniziano le
ricerche e alla fine si accorgono che nella lunga lista di persone uccise
e torturate compare anche il nome di Evangelina il quale corpo verrà poi
ritrovato in una miniera . Nonostante il continuo incubo della dittatura
continui , l’amore tra i due giovani cresce sempre più nonostante Irene
fosse già fidanzata con il capitano Gustavo Morante il quale dopo aver
preso conoscenza dell’altra parte del governo , vuole dimostrare ad
Irene di non essere come gli altri e soprattutto come il tenente Ramirez e
quindi prepara un piano per abbattere il generale , ma cade vittima dello
stesso regime che fino ad allora aveva servito . Anche Irene però fu
vittima di un attentato e rischiò fortemente di perdere la vita , ma la
sua grande forza di volontà la salvò anche se la paura rimase sempre in
lei e dato che la vita divenne insopportabile e insostenibile , lei e
Francisco grazie al loro amico parrucchiere Mario scapparono verso una
nuova vita . Questo romanzo è caratterizzato dalla presenza di vari
personaggi e tra questi possiamo effettuare una distinzione tra quelli che
si evolvono e non . “Avvertito dal fratello su quanto avrebbero visto
alla morgue Francisco pregò Irene di rimanere fuori , ma trovò in lei
una nuova risoluzione , sorta dal desiderio di conoscere la verità , che
la spinse a varcare la soglia “ ed è proprio da questa frase che
possiamo captare i primi segni di cambiamento in Irene , la ragazza
infatti “aveva vissuto fino ad allora protetta in un’ignoranza
angelica……..perché quella era la norma del suo ambiente” . Non
conosceva infatti la vita oltre il suo meraviglioso mondo ed è proprio
per questo motivo che quando visita la morgue , possiamo riconoscere in
lei una radicale trasformazione . Questo cambiamento avviene soprattutto
dopo l’incontro con Francisco il quale cambiò la sua vita . Al
contrario di Irene invece Francisco non cambia
nel corso del romanzo così come Beatriz madre di Irene, la quale
nonostante le sue condizioni non molto adagiate, riesce sempre
a negare davanti all’evidenza e nulla in lei riesce a suscitare
emozioni quanto quel ragazzo che vedeva poche volte all’anno . Un altro
personaggio molto importante che comunque caratterizza buona parte della
storia è il tenente Ramirez il quale non cambia durante il romanzo ma
tramite Rivera veniamo a conoscenza attraverso un flashback del suo
cambiamento avvenuto prima della narrazione . Nel romanzo dominano le
sequenze descrittive e narrative e riflessive dei personaggi . Per quanto
riguarda i luoghi sono per lo più aperti, tranne la miniera che è uno
dei luoghi più importanti dove cresce al massimo la tensione .
L’autrice Isabel Allende credo che sia una delle poche che riesca a
trasportare i lettori all’interno del
romanzo stesso e riesca in modo eccezionale a contrapporre momenti di
grande gioia a quelli struggenti . Uno dei passi che fa meglio emergere
questa contrapposizione è il momento in cui dopo aver fatto l’amore
Francisco ed Irene rievocano il cadavere di Evangelina “Rimasero
strettamente avvinti in tranquillo riposo, scoprendo l’amore in
pienezza……..si svegliarono alle prime luci del mattino e fra lo
schiamazzo dei passeri, abbagliati dall’incontro dei corpi e alla
complicità dello spirito . Allora ricordarono il cadavere nella miniera e
riacquistarono il senso della realtà”
Giovanna Grimaldi
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La
pena capitale : quando la vita genera morte.
Destinazione
editoriale: rivista sociologica
La pena
di morte è l’attuazione del principio etico giuridico in base al quale
lo stato può decidere legittimamente di togliere la vita ad un essere
umano.
Solitamente
la pena di morte viene attribuita a persone ritenute responsabili di reati
gravi , come omicidio o alto tradimento . in alcuni paesi vengono però
considerati possibili di pena capitali anche omicidi occorsi durante
l’assunzione d’altri crimini violenti, come la rapina stupro.
Accenni
alla pena di morte erano presenti già nei più antichi testi giuridici,
come il codice hammmnrabi, che puniva con la pena di morte più di trenta
crimini differenti.
La
pena di morte è stata dunque una costante della maggior parte degli
ordinamenti giuridici a partire dall’antichità fino alla fine del XVIII
secolo , quando comunicarono di essere numerosi e importanti gli sforzi
per combatterla e favorirne l’abolizione.
Fra il 26
aprile del 1945 e il 5 marzo del 1947 vennero giustiziate 88 persone per
aver collaborato con i tedeschi durante la seconda guerra mondiale .
Queste furono
le ultime persone che morirono in Italia a causa di esecuzioni. In Italia
il primo caso di stato in cui si verificò l’abolizione della pena di
morte avvenne nel granducato di toscana il 30 novembre del 1786 sotto il
regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena , Granduca di Toscana . Si trattò
del primo Paese civile al
mondo ad aver abolito la tortura e la pena capitale. In seguito, la pena
di morte venne abolita nel 1889 anche nel Regno d’Italia , con
l’approvazione da parte di entrambe le camere .
Tuttavia la
pena di morte era stata de facto abolita fin dal 1877 , anno
dell’amnistia generale di Umberto
I di Savoia .
Ancora più
tardi, precisamente il 5 ottobre del 1994 la camera dei deputati approvò
un nuovo progetto di legge il quale prevedeva che per tutti i reati
coperti dal codice penale militare e dalle leggi militari di guerra, la
pena di morte venne interamente abolita e sostituita dalla massima pena
prevista del codice penale del nostro Paese.
L’Italia
diventa così una nazione totalmente abolizionista .
Nel XVIII
secolo con la pubblicazione “ dei delitti e delle pene,” Cesare
Beccaria stimolò la riflessione sul sistema penale vigente .
Nel trattato
Beccaria si esprimeva contro la pena di morte argomentando che con questa
pena lo Stato, per punire un
delitto, ne commetteva uno a sua volta: ” Parmi
in assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà
, che destano e puniscono l’omicidio ne commettano uno esse medesime, e
, per allontanare i cittadini dall’assassinio ordinino un pubblico
assassino”.
E inoltre
Beccaria afferma che la pena di morte non né utile nè necessaria alla
società perché; “ Se le passioni
o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano,
le leggi moderatrici della
condotta degli uomini non dovrebbero amentare questo fiero esempio”.
In
contrapposizione a qusta tesi si pone invece l’ambasciatore egiziano
Ahmed Abanlgheit il quale afferma che la società islamica si è trovata
contro una coalizione dei Paesi occidentali ricchi che cercavano di
imporre i propri valori.
Egli rammenta e
ribadisce che la pena di morte in certi paesi è legale ed essa è
contemplata sia dalla legge che dalla religione e per questo i Paesi
occidentali non possono imporre le proprie leggi.
Questa barbara
usanza di rendere giustizia in questo modo, per l’Italia rappresenta
soltanto un lontano ricordo ma purtroppo questo modo così inumano di far
“pagare” al reo le
proprie colpe in altri Paesi è ancora più che utilizzato.
Le Nazioni in
cui la pena di morte è attualmente in vigore sono all’incirca 91 e sono
soprattutto i Paesi sottosviluppati in cui le uniche cose che abbondano è
l’ignoranza e l’ analfabetismo.
I dati ricavati
dalla ricerca di Amnesty International ci mostrano casi di persone
giustiziate in varie Nazioni del mondo da far rimanere davvero allibiti.
Come pensare che nel 2006, in una Società come la nostra fondata
essenzialmente sul benessere generale, si possano registrare cifre
esorbitanti di persone condannate? Solo in Cina si sono registrate 1067
esecuzioni, 100 si sono verificate in Congo e innumerevoli ancora in Iraq.
Ancora oggi è attuale ciò che disse Cesare Beccaria “
Che la voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di
tanti che sono guidati dalla cieca consuetudine ma io pochi saggi che sono
sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’ intimo dei loro
cuori” infine ricordiamo che più volte la Chiesa ha ribadito
l’importanza del diritto alla vita e che la vita è per i crisiani un
dono di Dio, che è l’unico ad avere il diritto di donarla e di
toglierla.
Lo stesso Papa
Giovanni Paolo II durante la sua visita negli Stati Uniti ha dichiarato:
“ La nuova evangelizzazione richiede ai discepoli di Cristo di essere
incondizionantamente a favore della vita.
La Società
moderna è in possesso dei mezzi per proteggersi, senza negare ai
criminali la pssibilità di redimersi.
La pena di
morte è crudele e non necessaria e questo vale anche per colui che ha
fatto molto del male”.
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